Arianna

Arianna

Andare a vedere un film a scatola chiusa. Per motivi qualunque, come perché ti trovi lì davanti all’orario giusto, perché è la sala con la fila più corta all’ingresso, perché ha una bella locandina, o perché ti invita l’amica che organizza la proiezione. L’ho fatto molte volte, da quella prima al Festival di Venezia dove il film a caso era un motivo per scappare dal sole delle ore 13, e mi ha sempre ricompensato. Sarà perché, quando è il film a scegliere te, e non viceversa, non hai aspettative e ti abbandoni lasciandoti coinvolgere (a volte anche avvolgere) completamente da ciò che vedrai, e così facendo vedi molto di più. È un incontro a sorpresa, un appuntamento al buio a cui devi per forza attribuire un significato superiore.

Insomma, è successo anche ieri. Gli ingredienti c’erano tutti: serata “da lupi”, la prima fredda e piovosa di questo autunno che pareva latitante, un pomeriggio passato in casa (a fare la torta di mele) che preludeva a serata in tuta sul divano, quanto di più deleterio al mondo, dal punto di vista della vita sociale.

Però c’era l’invito dell’amica, che mi chiamava e suggeriva di “uscire dalla zona di confort”, direbbero alcuni, nel mio caso uscire proprio dalla porta di casa, nonostante tutto. Il circolo Arci ha sempre un suo fascino, devo ammetterlo.

Massima libertà, io arrivo con Penny in borsa (che è stata anche a teatro e all’opera, oltre che nei multisala, per la verità, ma qui la porto con più disinvoltura). Si entra passando dal bar, e quindi chiedo se posso portare in sala qualcosa da bere. Mi accomodo sulla poltroncina blu (sedute ampie, senza braccioli, a formare lunghe file larghe da cui si entra e si esce senza dover scavalcare i vicini, inciampandoci sopra) con uno spritz arancione da sorbire lentamente durante il film. Trattamento super-VIP. In sala si incontrano con piacere alcuni amici, i saluti sono calorosi, tra gli abitué del posto è una festa continua, un ritrovarsi.Quello di S. Vito di Leguzzano (non sapete dov’è? È normale!) ancora di più, con la grande sala che un tempo era da ballo, le piastrelle ocra-marrone-verde oggi bellissime, le poltroncine che mi ricordano la disco degli anni ’80 (dove “quelli più grandi” si appartavano, ma neanche troppo), e che sono comodissime.

Arianna. Come osserva lo sceneggiatore, presente in sala, all’inizio tutto è già detto: sono nata due volte, anzi tre. La prima volta bambino, poi a tre anni bambina e mia mamma mi ha chiamato Arianna. La terza volta sono nata da sola, e ci ho messo vent’anni. Cito a memoria ma il senso è quello. La storia di Arianna si muove lentamente, tra pochi fatti, dialoghi radi e molti sguardi, e avvince, ti induce con delicatezza a seguirla, ad entrarci. Con lo stesso tatto (come un invito garbato e insistente) con cui attraversa il tema che definirei dell’ambiguità. Di identità sessuale della protagonista, ma anche di definizione di sé, di crescita, di contrasti, di scoperte, di comprensione di ciò che ci si aspetta e di ciò che si desidera veramente, della propria dimensione, del senso della felicità. Durante il film (prima di sapere che il progetto inizia come documentario) mi chiedevo il perché di questa scelta, di questa storia e della protagonista. Si tratta di un caso raro o di un fenomeno diffuso? O forse riguarda tutti noi, ed è una metafora? E di cosa? Alla fine, siamo tutti Arianna, adolescenti traditi dagli adulti che hanno scelto per loro, ma che saranno compresi quando si arriverà a intravvedere la strada da prendere, nonostante tutto. La chiave di lettura arriva dal personaggio più improbabile, incapace di parola (lo zio, fortemente balbuziente) come siamo tutti di fronte ai grandi interrogativi che trovano risposta solo nella fiducia che ogni cosa – compresi gli errori – sia stata fatta per amore e che solo noi possiamo trovare la nostra via. Il dramma è solo sfiorato, guardato da lontano e a volte parrebbe offuscato da una sorta di perbenismo (allo spettatore stride che possa andare tutto bene, i conflitti risolti in pochi scambi di battute, con leggerezza) e da bugie grandi e piccole. Ma gli interrogativi restano, e una volta iniziato il viaggio di scoperta, una volta intravvisto che non sapeva tutto di sé, come credeva, Arianna è costretta ad arrivare al punto, andando a ritroso nel tempo. L’eroe deve passare dagli inferi, per rivedere il cielo. E alla fine, nella scoperta di chi veramente è, Arianna ritrova il sorriso, gli occhi al cielo blu e il caldo abbraccio dell’acqua, culla originaria che accoglie senza giudicare.

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