Scrivere, o non scrivere?

Annabaldo

Già sento, nel sottofondo della mia mente, il motivetto di Paolo Conte “Via con me”, con quel ritmo lento e ondeggiante che invita ad iniziare un elenco, cantato oppure parlato. “Scrivo perché…”  a quel punto una serie di arguzie, che permettano di toccare i diversi registri, dal comico al tragico, passando per l’autoironico, che più di tutti svela la verità. Oppure no. Diciamo le cose lisce, per una volta, senza artifici pseudo-letterari, senza desiderio di stupire. Ecco, sto scrivendo, e lo scrivere mi prende la mano.

Forse allora scrivo perché “la scrittura vien scrivendo”?

Senza dubbio. Scrivendo si mettono le parole, e le idee, in fila indiana, una dietro l’altra. Si fa ordine. Come in un armadio misterioso e infinito dove, non si sa come, sono finite dentro tante cose. Cose che prendono vita, si trasformano, e che tornano fuori in momenti strani, in modi inopportuni, solo perché, per qualche strano motivo, tocca a loro.

Le idee sono soldatini di piombo che si animano e motu proprio escono inesorabili dal baule. Nascono dai fatti della quotidianità, dalle persone più comuni, più vicine, che sono dei veri e propri personaggi, a caricaturarli un po’ (anche pochissimo). Nascono per dare forma a qualcosa che sta in me, pericolosamente.

Questo è di certo il motivo per cui non scrivo. Per cui non ho ancora scritto qualcosa di veramente mio. Non sono in grado di celare, di camuffare il mio “io” più profondo. La scrittura è controllo, e il controllo è difficile da raggiungere, se si vuole unito alla grazia, come fa la ballerina che leggiadra volteggia sulle punte: controllo totale, la fatica dissimulata da naturalezza e da un lieve sorriso sul volto rilassato.

Il mio analista, ne avessi uno, direbbe che scrivo per questo. Che ci provo, almeno (è questo tentativo che interesserebbe a lui, non il risultato), che scrivo perché anche mio padre scrive, che scrivo per dare fastidio a mia madre, per farle scontare tutte le volte che “sei proprio uguale a tuo padre” era un insulto.

Scrivo per mestiere,
per dare voce al cliente che non sa esprimersi.

Per la soddisfazione dell’intervistato che non riesce a credere come un suo discorso disordinato di un’ora esca in 2500 battute facili da comprendere e allo stesso tempo esaustive. Scrivo perché certi fatti vanno raccontati, e ci vuole qualcuno che li racconti. I miei preferiti sono i fatti apparentemente piccoli, umili come i personaggi del Manzoni, che però tutti conosciamo più e meglio degli eroi dell’Alfieri. Storie minime, che i protagonisti non sanno descrivere a parole senza usare le mani e il luccichio degli occhi per raccontarli. E invece si possono scrivere, e regalare a tanti.

A volte scrivo con il compiacimento del prestigiatore che estrae il coniglio dal cappello. “Visto, come è facile? Pardon, come diventa facile in mano a me?”. Ma poi non mi piace.

Meglio scrivere perché le tue amiche ti dicono “dovresti proprio scrivere”.

Soprattutto, scrivo quando trovo qualcosa che meriterebbe di essere letto. Scrivo per divertire, è l’unico scopo che trovo davvero utile, che non ho niente da insegnare a nessuno. Divertire invece è prezioso. Allo stesso tempo, scrivo per dimostrare che sono seria, a volte seriosa, ma il mio spirito è leggero, volatile come il capogiro di un’ebbrezza appena accennata, diciamo al secondo bicchiere di bollicine.

Attendo di scrivere per non dimostrare niente a nessuno.

NOTA: Questo testo è datato 13 dicembre 2010, interessante vedere come sia sempre valido.